Ma cos’è il premierato? La proposta di Renzi, spiegata bene

Nell’intervista rilasciata a Porta a Porta del 19 febbraio, Matteo Renzi – leader di Italia Viva – ha lanciato la proposta di eleggere il sindaco d’Italia. Nello specifico, come si può leggere nella petizione presente sul sito del partito, Renzi chiede di «eleggere direttamente il Presidente del Consiglio dei Ministri con una modifica costituzionale che ci auguriamo possa coinvolgere tutte le forze politiche».

Non è la prima volta che in Italia si fa strada l’ipotesi di adottare il premierato, definizione con cui in passato si sono illustrate varie ipotesi di rafforzamento del ruolo del Presidente del Consiglio dei ministri rispetto ai confini attualmente marcati dal testo costituzionale.

Una sorta di elezione diretta del premier – pur non codificata costituzionalmente –  ha già avuto luogo, nella pratica, in seguito a cinque recenti elezioni politiche. Sia in vigenza del Mattarellum che del Porcellum, dopo le consultazioni del 1994, 1996, 2001, 2006 e 2008, ad accedere alla carica è stato infatti il leader della coalizione più votata: Silvio Berlusconi nel primo, terzo e quinto caso; Romano Prodi nel secondo e nel quarto.

L’assenza di modifiche costituzionali che rafforzassero i poteri del Presidente del Consiglio – come ad esempio la nomina e la revoca dei ministri ma più in particolare la sfiducia costruttiva – hanno comunque determinato, nonostante l’elezione diretta, quella instabilità politica cui Renzi vorrebbe metter fine con la sua proposta. Il Governo Berlusconi I durò meno di un anno e fu sostituito nel corso della stessa legislatura (che durò appena due anni) dall’esecutivo di Lamberto Dini. Le Camere elette nel 1996 arrivarono a scadenza naturale ma nel corso di quei cinque anni, a Palazzo Chigi, dopo Romano Prodi (in sella fino al 1998), si alternarono due governi guidati da Massimo D’Alema e uno da Giuliano Amato. Meglio andò alla legislatura iniziata nel 2001, Berlusconi rimase alla guida del Governo per tutto il lustro ma fu comunque costretto a varare due diversi esecutivi. Nel 2006 si aprì la seconda stagione Prodi che, come quella legislatura, si interruppe dopo due anni. Le elezioni del 2008 videro tornare a Palazzo Chigi Silvio Berlusconi, la legislatura fu però turbolenta: il governo cadde nel corso del 2011 e fu sostituito da quello tecnico del professor Mario Monti.

Non è quindi l’elezione diretta in sé del premier – adottata nelle democrazie occidentali solo da Israele per le elezioni del 1996, 1999 e 2001, prima di essere ripudiata – a poter garantire la stabilità che la politica italiana va cercando. Del resto, rimanendo nell’ambito del parlamentarismo, molto stabili sono sistemi che, pur non eleggendo direttamente il capo del governo, adottano disposizioni consuetudinarie o costituzionali atte a rafforzarne il ruolo. Basti pensare alla Gran Bretagna, dove premier è sempre il leader del primo partito, o alla Germania, che per la sostituzione del Cancelliere adotta il sistema della sfiducia costruttiva.

Non conosciamo nel dettaglio quali sarebbero nella proposta renziana i meccanismi ulteriori, rispetto all’elezione diretta, volti a dare più poteri al primo ministro. Come detto, la proposta però non è nuova nel panorama italiano, possiamo quindi valutare alcune ipotesi fatte in passato.

Ai tempi della bicamerale D’Alema (1997), che poi virò sul semi-presidenzialismo, fu avanzata la “Bozza Salvi”, dal nome del giurista Cesare Salvi, all’epoca senatore diessino, che prevedeva l’elezione diretta del premier tramite un meccanismo secondo cui ogni candidato all’Assemblea nazionale (il nuovo nome della Camera, unica titolare del rapporto di fiducia) si sarebbe dovuto presentare alle elezioni collegandosi ad un candidato Presidente del Consiglio. La stessa Assemblea, in caso di assenza di un candidato premier collegato alla maggioranza assoluta dei deputati, avrebbe dovuto indicare, anche a maggioranza semplice, chi sarebbe stato poi incaricato dal Presidente della Repubblica. Al primo ministro, sfiduciabile solo con una mozione contenente il nome del suo sostituto, sarebbe spettata anche la nomina e la revoca dei ministri ed il potere di scioglimento dell’Assemblea nazionale.

Di premierato si tornò a parlare nella legislatura successiva con l’approvazione della riforma costituzionale del centrodestra bocciata dagli elettori nel referendum del 2006. Anche quel testo prevedeva l’elezione diretta del capo del governo tramite collegamento ai candidati alla Camera dei deputati. La legge elettorale avrebbe dovuto «favorire» la formazione di una maggioranza assoluta e il Quirinale avrebbe dovuto nominare il premier «sulla base dei risultati delle elezioni». Altri strumenti per garantire la stabilità sarebbero stati il potere di nomina e revoca dei ministri e la sfiducia costruttiva, con un accorgimento “anti-ribaltone”, la mozione poteva essere approvata solo dai deputati espressione dei partiti di maggioranza.  L’approvazione di una mozione di sfiducia senza indicazione di un nuovo capo del governo avrebbe portato allo scioglimento della Camera.

Dopo 37 anni – tanti ne sono passati dall’istituzione della commissione Bozzi – di infruttuose trattative sulle riforme costituzionali, che sia il 2020 l’anno buono? Difficile pensarlo, soprattutto se le forze politiche si fermano ai titoli delle loro proposte. La proposta di Renzi potrebbe però essere dirompente per quanto attiene l’accordo di maggioranza sul sistema elettorale alla tedesca (proporzionale con sbarramento al 5%). L’elezioni diretta del premier porterebbe con sé – a meno che non si voglia ripetere la fallimentare esperienza israeliana –  un sistema elettorale maggioritario, proprio quello che gli altri partner della maggioranza non vogliono ed invece viene chiesto ad alta voce dal centrodestra.


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