di Gerardo Manderi

Il risultato delle elezioni del 26 gennaio scorso, con la conferma in Emilia-Romagna del presidente uscente Stefano Bonaccini, ha innescato una serie di conseguenze politiche immediate, con l’effetto di blindare la legislatura. Il Consiglio dei Ministri del 27 gennaio ha infatti fissato la data del referendum confermativo della legge costituzionale sul taglio dei parlamentari. Una misura di ‘stabilizzazione’ della legislatura di granitica forza. L’Ufficio Centrale per il Referendum presso la Corte di Cassazione si era espresso il 23 gennaio, tre giorni prima delle elezioni in Calabria ed Emilia-Romagna, accogliendo (un atto dovuto e previsto) la richiesta avanzata da 71 senatori e depositata il 10 gennaio. Il 28 gennaio il Presidente della Repubblica ha emanato il decreto di indizione del referendum confermativo che si terrà il 29 marzo, come da proposta del consiglio dei ministri. Siamo dunque – anche se nessuno se ne è accorto – in piena campagna elettorale referendaria. Eppure, sul fronte del No, forse più che su quello del Sì, qualcosa si sta muovendo: sono nati i comitati contrari alla riforma sostenuti dalla Fondazione Einaudi, dal Partito radicale e da alcuni parlamentari come i forzisti Baldelli, Pagano e Cangini, il renziano Giachetti, l’ex 5 stelle De Falco.
Quello che qui preme rilevare (il risultato del referendum è abbastanza scontato: l’unico dato politicamente interessante sarà la partecipazione al voto, che comunque non influirà sull’esito, non essendoci quorum) è però altro.
Poteva esserci una data alternativa, magari in grado di far risparmiare quei 300 milioni di euro che, secondo il Movimento 5 Stelle, serviranno per celebrare il referendum? La risposta è: assolutamente sì. Bastava abbinarlo con le elezioni regionali e amministrative della primavera prossima, sarebbe stato sufficiente un decreto, come già fatto in passato.
La legge istitutiva del referendum (la n. 352 del 1970) prevede infatti che il governo – ricevuta la comunicazione dalla Corte di Cassazione – abbia sessanta giorni di tempo per scegliere la data del referendum. Lo ha fatto al quarto giorno. La consultazione poi si deve tenere in una domenica compresa fra il 50esimo e il 70esimo giorno dall’indizione. La finestra referendaria aperta dalla decisione della Cassazione del 23 gennaio, andava quindi grosso modo dalla prima decade di marzo alla prima di giugno. L’election day era quindi perfettamente possibile, accorpando il referendum al voto che in primavera si terrà per eleggere 6 presidenti di regione e 1.089 sindaci (cui si potrebbero aggiungere quelli delle amministrazioni sciolte entro il prossimo 24 febbraio). Un voto che coinvolgerà, per quanto riguarda le sole regionali, 33 milioni di italiani. Perché chiamarli alle urne due volte, buttando 300 milioni?


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